Dieci lezioni sul panorama delle startup italiane ai tempi del Covid-19

scritto da il 24 Settembre 2020

Giunti alla conclusione della rubrica “Call Me Startup – Storie di giovani imprenditori ai tempi del Covid-19”, pensiamo sia interessante proporre un’analisi che riassuma i principali spunti emersi dal nostro ciclo di interviste che ha visto protagonisti otto founder di startup italiane. Lo scopo è quello di tratteggiare una descrizione del panorama delle startup nel nostro Paese, che muove dal contesto della crisi economico-sanitaria in atto, ma che si estende con un respiro più ampio andando a trattare dinamiche economiche più complessive.

La nostra rubrica ha coperto un ampio spettro di settori economici: calzaturiero e moda, cosmetica, viaggi, fintech, forniture energetiche, ristorazione e agroalimentare, trasporti, consulenza pubblicitaria. Pur non avendo la pretesa di esaustività, la varietà di settori trattati ci ha consentito di ricavare alcuni spunti robusti, soprattutto alla luce della regolarità con la quale alcune specifiche considerazioni sono emerse dai dialoghi con i nostri ospiti. Ad essi, si sono aggiunte alcune riflessioni elaborate da noi sulla base dell’esperienza maturata durante questo percorso.

Ne abbiamo ricavato dieci lezioni, che condividiamo qui di seguito e che serviranno da base e ispirazione per lo sviluppo di proposte da parte dei nostri Team di Ricerca.

 

1. Digital, digital, digital… o meglio ancora: omnicanale

Un trend chiarissimo emerso in questi mesi è l’affermazione di modelli – o comunque di proposte di business – di stampo digitale. Il punto di partenza è stato naturalmente il lockdown imposto dalle autorità da marzo a maggio: con le persone forzatamente chiuse in casa e autorizzate ad uscire solo per le necessità primarie, il mondo online è diventato il punto di accesso obbligato per la fruizione di un numero enorme di servizi (si pensi soltanto al food delivery). Moltissime aziende hanno dovuto reinventarsi, talvolta attivando da zero una proposta digitale. E questo trend, a detta unanime dei nostri ospiti, è destinato a essere strutturale.

In tutto questo, le startup sono naturalmente favorite: la maggior parte di loro nasce nel digital e col digital, e anche quelle più “fisiche” non hanno esitato a sviluppare una dimensione di business online per rispondere alle nuove esigenze determinate dal Covid-19, anche partendo da una naturale predisposizione generazionale che le fa essere già molto presenti e attive nell’online marketing.

Limitarsi alla predisposizione digitale, tuttavia, vorrebbe dire non sfruttare appieno il vantaggio competitivo insito nel nostro Paese. Molte delle peculiarità e delle bellezze dell’Italia infatti si diluiscono se la proposta rimane solo virtuale. È per questo che una proposta perfettamente omnicanale può essere, più che in altri Paesi, un vantaggio competitivo. La qualità della produzione calzaturiera, i ritmi di barberia siciliana, i gusti e i panorami possono e devono essere valorizzati dal digitale, ma si godono appieno solo se sperimentati nel mondo fisico.

 

2. L’attenzione delle corporate verso le startup

Un aspetto interessante emerso durante il periodo del Covid-19 ed evidenziato dai nostri intervistati è stata l’attenzione da parte delle corporate nei confronti delle startup, che si può manifestare con operazioni di M&A, come la recente acquisizione di Tannico da parte di Campari ricordata da Enrico Casati nel corso della prima intervista, o con soluzioni di corporate entrepreneurship, dove la startup viene direttamente coltivata in pancia alla corporate, come nel caso di NeN con A2A.

Il razionale di fondo è spesso il desiderio da parte delle corporate di assimilare innovazione e talenti, o entrare semplicemente in nuovi mercati. E questo si sposa perfettamente con gli obiettivi delle startup, che di norma vedono nella mitica exit il loro esito naturale.

In questo senso, va sottolineato come in Italia ci sia quasi tutto: manodopera a basso costo, imprenditoria, innovazione, ricerca e venture capital. Ciò che manca è uno sviluppato mercato delle exit. Questo perché fino al recente passato le big corporate raramente mostravano attenzione a questo ambito. Fortunatamente le cose stanno cambiando, dando una spinta a tutto il settore quanto mai necessaria.

 

3. Il DNA delle startup: agilità e purpose

Il rapido adattamento all’ondata digitale di questi mesi è stato reso possibile dalla natura stessa delle startup, che hanno nella dinamicità e nella rapidità di risposta ai cambiamenti le loro classiche prerogative. Queste caratteristiche hanno consentito a molte di loro di affrontare la crisi in maniera più efficace delle corporate, non essendo appesantite dalle lunghe procedure burocratiche, dalla lentezza dei processi e in generale dalla maggiore inerzia tipiche di queste ultime. A tal riguardo, non può non venire in mente il principio fondante della teoria della selezione naturale di Charles Darwin – nella formulazione di Leon C. Megginson – purtroppo molto spesso dimenticato in economia: “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”.

Non è solo un vantaggio organizzativo, però. Ciò che fa realmente la differenza per una startup è il purpose, la motivazione che muove i founder e gli stessi dipendenti, e che spesso è molto ambiziosa: fa parte dell’immaginario collettivo il clima elettrizzante che caratterizza le prime fasi delle startup che credono sinceramente di poter “cambiare il mondo”.

Quest’attitudine ha permesso a molte startup non solo di sopravvivere – peraltro sopperendo a una disponibilità di cassa non paragonabile a quelle delle corporate – ma addirittura di costruire nuove opportunità di business.

 

4. Crisi, ma anche opportunità

Nuove opportunità, esatto. Come ben sappiamo, infatti, il Covid-19 ha colpito duramente le società e le economie, non solo in Italia ma in tutto il mondo (per il 2020 nel nostro Paese si prevede un calo del PIL dell’11%), ma ciò non toglie che per alcuni settori si siano presentate opportunità molto interessanti che hanno addirittura consentito di incrementare i livelli di business delle aziende. Nella nostra rubrica, abbiamo ad esempio raccontato del settore fintech, che ha potuto giovare della maggiore propensione al risparmio delle persone in un periodo di consumi forzatamente ridotti, o dell’agroalimentare, che per ovvie ragioni non si è mai completamente fermato e ha fornito opportunità interessanti per aziende pronte a cogliere le nuove dinamiche.

In un periodo di crisi si ha la possibilità di attuare nuovi progetti che, se di successo, dimostrano la resilienza del team agli investitori, oltre che al team stesso. Ma, ancor più importante, dimostrano continuità e presenza agli occhi dei clienti. Del resto i brand sono diventati parte della nostra vita, spesso ancor più efficaci nel comunicare valori e tendenze rispetto alle istituzioni classiche. Da qui la necessità di essere sempre presenti.

 

5. Snellezza anche negli incentivi e nella burocrazia

Snellezza e dinamicità non sono solo le caratteristiche fondanti delle DNA delle startup, ma sono anche quello che esse chiedono alle istituzioni in termini di provvedimenti legislativi, primi fra tutti gli incentivi. In generale, il giudizio sulle azioni di supporto alle startup da parte del Governo non è negativo, tuttavia un’esigenza comune è quella di poter fruire degli incentivi in maniera veloce e senza eccessivi carichi burocratici: “Per le startup il valore più importante è il tempo”, sintetizza Mauro Germani di Soplaya. “Due mesi per una startup che magari sta crescendo velocemente sono come due anni per un’azienda normale” gli fa eco Daniele Francescon di NeN.

Per inciso: velocità e snellezza, ma anche sostanza. Recentemente Cassa Depositi e Prestiti ha implementato un nuovo veicolo (CDP Venture Capital) che ha il compito di immettere molta liquidità nel sistema (un miliardo di euro). A detta di molti, sarebbe però utile pensare a degli incentivi più aggressivi per l’investimento in startup e PMI innovative. Sono ancora troppo pochi i casi di aziende italiane che fanno open innovation acquisendo startup, in parte per mentalità, in parte per carenza di incentivi. Il punto è che senza exit il cerchio del venture capital non si chiude per mancanza di adeguati ritorni. È quindi fondamentale che l’ecosistema imprenditoriale italiano sviluppi un’adeguata attenzione verso questo settore.

 

6. Smart working

Una delle note conseguenze del lockdown è stata la diffusione dello smart working, dando una decisa accelerazione ad una tendenza già più o meno timidamente in atto. Per tutte le ragioni esposte in precedenza, le startup si sono adattate in maniera più rapida ed efficace alla nuova dimensione lavorativa, che in forma più o meno accentuata sarà forzatamente presente perlomeno per i prossimi mesi. Anche nelle startup, tuttavia, si riconosce il valore aggiunto determinato dalla possibilità di incontrarsi fisicamente. Sarà quindi interessante valutare il punto di equilibrio su cui si andrà a convergere nel prossimo futuro.

 

7. Un nuovo slancio per il Sud…

Per motivi abbastanza ovvi e prevedibili, la maggior parte delle startup gravita in orbita milanese. La nostra rubrica ha rispecchiato fedelmente questa situazione, poiché ben sei delle otto startup considerate sono stanziate nel capoluogo lombardo. Eppure non mancano le eccezioni: nella nostra rubrica, ad esempio, abbiamo incontrato Soplaya, che ha la sede a Udine, e Oval, che ha doppia sede Torino-Londra. In particolare, costo della vita più basso e qualità della vita più elevata sono le carte che si stanno rivelando vincenti nell’attrazione dei talenti per la startup friulana.

La crescita dello smart working come descritto nel punto precedente non farà altro che rafforzare questa tendenza. Esso infatti ha sicuramente avuto un effetto negativo sulle grandi metropoli. Affitti troppo elevati e stipendi bassi fanno preferire piccoli borghi rispetto alle classiche concentrazioni urbane. Potrebbe essere un rinascimento delle piccole cittadine e, in particolare, del Meridione, dove, pur non mancando casi di successo, la vivacità imprenditoriale è infatti ancora insufficiente, particolarmente in termini di startup. Sono fondamentali però strutture idonee, connessione veloce e incentivi. In tal senso, stupisce che i più famosi spazi di coworking non abbiano ancora aperto sedi nel Sud Italia: potrebbe essere un’opportunità di business interessante, peraltro non solo per le aziende italiane.

 

8. … e per l’imprenditoria femminile

Nella nostra rubrica abbiamo cercato di garantire il più possibile un’equa rappresentanza tra generi: le nostre interviste hanno infatti visto protagonisti cinque uomini e tre donne. Tuttavia il panorama è caratterizzato da una composizione molto più sbilanciata a favore dei primi: in Italia, solo un’attività su cinque è guidata da una donna, e le startup non fanno eccezione. Non mancano di certo, come abbiamo visto, casi di successo di startup avviate e guidate da donne, ma la strada verso un maggiore equilibrio è ancora lunga.

Peraltro, come abbiamo discusso con Mirna Pacchetti di InTribe, la questione non è solo legata all’imprenditoria in senso stretto, ma al mondo del lavoro in senso più ampio, dove le pari opportunità sono ancora ben lungi dal concretizzarsi appieno. Occorre quindi adoperarsi, come istituzioni e sistema economico, affinché si creino le condizioni per cui le donne abbiano le stesse probabilità di realizzarsi a livello lavorativo, soprattutto garantendo un adeguato equilibrio tra lavoro e famiglia.

 

9. Occupazione giovanile

Le startup partecipano in modo fondamentale all’occupazione giovanile: ambiente di lavoro, flessibilità e il famoso purpose le rendono particolarmente attrattive per la fascia giovane della popolazione. Eppure, in Italia più che in altri paesi viene ancora spesso preferito il lavoro in una corporate o in una società di consulenza. I motivi sono diversi ma essenzialmente rimane una questione di salario e di stabilità.

Uno dei (pochi) vantaggi competitivi dell’ecosistema startup italiano rispetto al panorama europeo e americano è il bassissimo costo del lavoro. Un ingegnere a Milano ha uno stipendio medio di poco più di 1500 euro (che peraltro copre a malapena l’alto costo della vita), mentre negli USA è di almeno 5500 euro (fonte Nexten.io). È un grosso plus per chi vuole fare impresa ma rischia di drenare il panorama italiano dei suoi migliori talenti o di far preferire ai giovani lavoratori, a parità di salario, una maggiore stabilità lavorativa. In un’ottica di medio periodo è una dinamica non sostenibile che rischia di minare le fondamenta della nascente imprenditoria italiana. Cosa fare dunque? Sarebbe sensato proporre un reddito statale integrativo per i giovani assunti dalle PMI e le startup italiane, così da incentivare a cascata progetti imprenditoriali, occupazione giovanile e diminuire la fuga di talenti?

 

10. Preparazione… e coraggio!

Network, competenze ed esperienza. Sono questi gli elementi chiave che gli imprenditori consigliano di sviluppare ad aspiranti founder, non necessariamente in quest’ordine.

Il network è fondamentale in qualsiasi step della startup ma soprattutto nell’early stage. Creare un team affiatato, individuare gli advisor migliori e trovare gli investitori più idonei è questione di fiducia e conoscenze. L’economia è basata sulle persone – a volte ce lo dimentichiamo – e sulle persone bisogna puntare.

Se si aspetta di avere tutte le competenze necessarie per avviare un’iniziativa imprenditoriale, non si partirà mai. In tal senso, è fondamentale circondarsi di un team affiatato, proprio per garantire una copertura trasversale delle competenze, oltre ad una condivisione del rischio e dell’inevitabile mole di lavoro. Più nello specifico, la qualità che più è stata consigliata di sviluppare è un’intelligenza orizzontale per essere in grado di comprendere e interagire con tutti gli stakeholder.

Infine, un consiglio ricorrente da parte degli imprenditori intervistati è stato quello di fare esperienza in altre startup, più che avviare la propria carriera lavorativa in multinazionali o in consulenza. Ciò è in controtendenza rispetto a quanto veniva consigliato solo fino a pochi anni fa e che ancora oggi è spesso la soluzione preferita, ma, a detta degli intervistati, si tratta di una scelta vincente perché consente di acquisire le necessarie competenze con minori pressioni, per poi poter lanciare la propria iniziativa quando si è accumulata più esperienza.

A quel punto, si tratta di trovare l’ultimo ingrediente fondamentale: il coraggio di buttarsi!

 

Samuel Carrara

È scientific project officer presso la Commissione Europea dove si occupa prevalentemente di industrial value chains per le tecnologie low-carbon. In Yezers è membro del board e responsabile editoriale.

Andrea Eugenio Ramella

Studi economici all’Università Cattolica di Milano, alla Maastricht University ed esperienze lavorative in startup. In Yezers è Public Affairs Associate e nel founding team di AdVelo.