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Sergio Marchionne, l’elettrico e la creazione di valore: quando la strategia conta più della tecnologia

Post di Andrea Arrigo Panato (Dottore Commercialista ed esperto in valutazione d’azienda, operazioni straordinarie e passaggio generazionale)
L’errore non fu non credere nell’elettrico, ma confondere l’innovazione con la creazione di valore
Ogni discussione sulle scelte strategiche di Sergio Marchionne, prima o poi, finisce sull’auto elettrica. L’accusa è nota: non ci ha creduto, non ha capito il mercato, è rimasto indietro. È una critica che colpisce perché è semplice, intuitiva, perfettamente coerente con una narrazione ex post. Ed è proprio per questo che è fuorviante. Se osserviamo quelle decisioni con gli strumenti della strategia industriale e della valutazione d’azienda, emerge una lettura molto diversa: Marchionne non ha confuso il futuro con la moda del momento e, soprattutto, non ha mai confuso la tecnologia con la creazione di valore.
Il punto centrale del suo ragionamento non era se l’elettrico avrebbe avuto un futuro, ma a quali condizioni quell’innovazione avrebbe potuto generare valore economico per un gruppo automobilistico come FCA. È una distinzione sottile, ma decisiva, che troppo spesso viene ignorata nel dibattito pubblico.
Un’industria strutturalmente incapace di remunerare il capitale
Marchionne partiva da una constatazione tanto impopolare quanto corretta: l’industria automotive, nel suo complesso, distrugge valore. Non era una provocazione, ma una lettura lucida dei fondamentali economici del settore. Per decenni, i grandi costruttori hanno investito enormi quantità di capitale in impianti, piattaforme e ricerca senza riuscire a ottenere ritorni coerenti con il rischio assunto. Il ROIC medio del settore è stato spesso inferiore al costo del capitale, la sovraccapacità è diventata strutturale e la duplicazione degli investimenti tecnologici ha eroso sistematicamente i margini.
In un contesto del genere, l’innovazione non è automaticamente un fattore positivo. Al contrario, può amplificare la distruzione di valore se non è accompagnata da scala, disciplina finanziaria e razionalizzazione industriale. È da qui che bisogna partire per comprendere le scelte di Marchionne: non da ciò che era tecnologicamente possibile, ma da ciò che era economicamente sostenibile.
L’elettrico: una tecnologia promettente, ma con fondamentali fragili
Quando Marchionne esprimeva scetticismo sull’elettrico, non lo faceva perché ne negasse il potenziale tecnologico. Lo faceva perché ne analizzava freddamente l’economia industriale. All’epoca, i veicoli elettrici presentavano costi delle batterie elevati, margini unitari negativi o marginali e una domanda fortemente sostenuta da incentivi pubblici. La differenziazione tecnologica, inoltre, era limitata: ciò che oggi appare un vantaggio competitivo domani rischiava di diventare uno standard replicabile.
La famosa frase sulla Fiat 500e, venduta in perdita, è spesso citata come simbolo di arretratezza. In realtà è una sintesi brutale, ma efficace, di un principio base della valutazione d’azienda: produrre e vendere qualcosa che il mercato non remunera non è innovazione, è distruzione di valore. Marchionne non stava facendo un discorso ideologico, ma un ragionamento da capital allocator.
La vera strategia: difendere il valore in vista del consolidamento
Il punto più frainteso, e probabilmente il più rilevante, riguarda la traiettoria strategica complessiva di Marchionne. Il suo obiettivo non era costruire una leadership tecnologica isolata, ma creare le condizioni per un grande consolidamento industriale. Era convinto, con largo anticipo, che l’automotive non potesse sopravvivere nella sua frammentazione e che solo attraverso fusioni e integrazioni si sarebbe potuto recuperare valore.
In questo scenario, investire massicciamente e in anticipo in piattaforme elettriche proprietarie avrebbe rappresentato un rischio significativo. Si sarebbe trattato di immobilizzare capitale in asset altamente specifici, difficilmente trasferibili e potenzialmente ridondanti in caso di fusione con gruppi già avanzati sull’elettrico. Dal punto di vista della valutazione, il problema è evidente: asset tecnologici non scalabili e non condivisibili riducono il valore strategico dell’impresa e aumentano il rischio di impairment al momento dell’integrazione.
Una lezione di capital allocation, non solo per l’automotive
Marchionne ragionava come un investitore industriale più che come un visionario tecnologico. La sua logica era lineare: prima si costruisce la scala, poi si razionalizzano le piattaforme, solo dopo si accelera sull’innovazione. In termini finanziari, l’elettrico era una real option, da esercitare nel momento in cui le condizioni di contesto – dimensione, struttura, sinergie – ne avessero reso sostenibile la creazione di valore.
Non è un caso che oggi Stellantis sviluppi l’elettrico su piattaforme condivise, sfruttando economie di scala e un perimetro industriale molto più ampio. È esattamente lo scenario che Marchionne aveva in mente e che, da solo, FCA non avrebbe potuto sostenere senza compromettere il proprio equilibrio finanziario.
Perché i detrattori hanno probabilmente sbagliato prospettiva
I critici di Marchionne hanno probabilmente commesso un errore ricorrente: hanno giudicato una strategia industriale con una lente esclusivamente tecnologica. Hanno valutato decisioni prese ex ante con informazioni ex post e hanno sottovalutato il ruolo del capitale, della scalabilità e del rischio di duplicazione. In altre parole, hanno confuso la velocità con la direzione.
Marchionne non ha perso il futuro. Ha evitato di inseguirlo nel momento sbagliato, preservando il valore dell’impresa in attesa delle condizioni strutturali necessarie per investire.
La lezione di Marchionne
La lezione di Marchionne resta estremamente attuale, ben oltre il tema dell’auto elettrica. Per chi guida o valuta un’impresa, la domanda chiave non è quale tecnologia dominerà domani, ma quando ed in quali condizioni quella tecnologia diventerà un investimento capace di creare valore economico.
Occorre ribadirlo, il suo obiettivo non era costruire una leadership tecnologica isolata (probabilmente finanziariamente non sostenibile da FCA), ma creare le condizioni per un grande consolidamento industriale. In questo scenario, investire massicciamente e in anticipo in piattaforme elettriche proprietarie avrebbe rappresentato un rischio significativo. Si sarebbe trattato di immobilizzare capitale in asset potenzialmente ridondanti in caso di fusione con gruppi già avanzati sull’elettrico.