Di chi saranno le imprese italiane tra dieci o quindici anni?

scritto da il 28 Aprile 2026

Post di Simone Strocchi, Presidente e Managing Partner di Electa Ventures

 

La domanda può sembrare provocatoria, ma è in realtà una delle più concrete e urgenti per il futuro del Paese. Saremo capaci di sostenere e condividere lo sviluppo di valore o delle nostre imprese o saranno diventate prezzo di vendita incassato da pochi?

E di conseguenza: Chi consoliderà gli utili generati dalle nostre imprese? Chi eserciterà il potere di indirizzo industriale? Chi determinerà, direttamente o indirettamente, il lavoro e le prospettive professionali degli italiani? La risposta non dipende da singole operazioni, né da singoli operatori, ma dipende dalla direzione complessiva del sistema, da ciò che insieme riusciremo a fare e da quale traiettoria vorremo prendere come movimento economico.

Perché tanti sono ancora i condizionali sul tavolo: se il private equity nazionale, abile ma di dimensione unitaria contenuta, opererà come investitore che favorisce ottime aggregazioni finalizzate, però, all’exit verso compratori esteri; se le banche italiane si concentreranno sul private banking, con interesse prioritario a privilegiare eventi di liquidità che trasformano imprenditori in clienti da elevati patrimoni, anziché accompagnarli come protagonisti industriali in interlocuzione con il corporate investment banking.

E ancora: se il sistema professionale continuerà a essere interessato a incassare transaction fee; se gli imprenditori italiani resteranno ancorati a una visione dicotomica — controllo totale della loro impresa o cessione totale — senza sviluppare vere logiche di aggregazione e apertura del capitale per crescere da protagonisti di settore; se il sistema bancario continuerà a sostenere operazioni di leva prevalentemente funzionali a trasferimenti di controllo verso soggetti non nazionali; se il risparmio italiano continuerà a essere canalizzato verso strumenti liquidi globali, diluendosi nel finanziamento di gruppi ed economie esteri.

E infine: se Borsa Italiana non recupererà la sua funzione originaria di infrastruttura di sviluppo capace di connettere stabilmente risparmio nazionale e impresa, ma declinerà in una vetrina di offerta di pmi a saldo per takeoveristi; se non si svilupperanno operatori e veicoli di investimento in grado di portare un approccio industriale e paziente — tipico del private capital — all’interno dei mercati quotati; se i fondi pensione continueranno a sottopesare in modo strutturale l’economia reale domestica; se, per finire, la politica continuerà a intervenire in modo disorganico, promuovendo semplificazioni di accesso al mercato, ma rischiando di penalizzare i circuiti di investimento nazionale, allora l’esito sarà difficilmente evitabile.

Le imprese italiane saranno sempre meno italiane – non solo nella proprietà, ma nella loro funzione economica e sociale – e il rischio non sarà solo la perdita di controllo, ma la progressiva disconnessione tra impresa e territorio: tra creazione di valore e la sua redistribuzione, tra decisioni strategiche e interesse nazionale.

Se si configurasse questo scenario, la società tenderebbe inevitabilmente a polarizzarsi: da un lato, chi avrà beneficiato — direttamente o indirettamente — della monetizzazione del capitale industriale. Dall’altro, chi da quelle realtà industriali traeva lavoro, stabilità e prospettive, e si troverà esposto a dinamiche sempre più esterne. Non si tratta di opporsi ai mercati o alla globalizzazione, ma di scegliere se esserne semplicemente oggetto, o anche soggetto.