Oltre Papaveri e Papere: cosa l’AI può fare davvero nella musica

scritto da il 02 Marzo 2026

Post di Roberto Valenti e Lara Mastrangelo – studio legale DLA Piper

 

Durante la prima serata del 76° Festival di Sanremo, sulle note di Papaveri e Papere di Nilla Pizzi, la regia ha mandato in onda un breve sketch in cui, grazie all’AI, il pubblico e il conduttore sono stati deformati in fotogrammi dalle sembianze di papere e anatroccoli.

Quest’uso naïf dell’intelligenza artificiale, sia stato o meno voluto dalla produzione, è stato aspramente criticato perché percepito dal pubblico come macchiettistico e superato, soprattutto se paragonato alle reali applicazioni dell’AI nel settore musicale, ben più avanzate e incisive.

I brani generati da AI entrano in classifica

Partiamo da un dato: secondo l’analisi condivisa da Deezer, servizio di streaming francese, quasi una canzone su tre caricata sulla piattaforma sarebbe prodotta interamente dall’AI, ossia il 28% delle nuove tracce.

E infatti nell’ultimo anno sono diversi i progetti musicali AI che hanno ottenuto una certa visibilità. Tra questi, per esempio, il brano “Walk My Walk” del gruppo country Breaking Rust ha raggiunto la cima delle classifiche dei brani musicali più ascoltati di Spotify e della Country Digital Song redatta da Billboard. Peccato che il gruppo non esista nella vita reale e che secondo diversi software di analisi il brano sarebbe stato generato artificialmente con una probabilità tra il 60 e il 90%.

Al di là del peso specifico della singola vicenda, è evidente che il successo di band completamente artificiali pone una serie di interrogativi, a partire da chi è l’autore delle canzoni, a chi spetta il compenso generato dagli ascolti su piattaforma e se la concorrenza fatta nei confronti degli artisti “umani” sia lecita.

È finito il far west: dallo scraping alle licenze, dalle cause ai deal

Per qualche anno l’intelligenza artificiale applicata alla musica è stata raccontata come un Far West: modelli generativi addestrati su cataloghi sterminati, cause milionarie, deepfake vocali indistinguibili dagli originali. Oggi però qualcosa sta cambiando. Gli ultimi accordi tra piattaforme AI e major editoriali segnalano un passaggio cruciale: dall’estrazione opaca dei dati a un’economia della licenza.

Un caso interessante arriva dall’Italia dove Musixmatch, la più grande piattaforma al mondo che raccoglie i testi delle canzoni, ha recentemente siglato accordi di licenza con Sony Music Publishing, Universal Music Publishing Group e Warner Chappell Music. L’intesa consente alla piattaforma di accedere a un catalogo di oltre 15 milioni di opere per sviluppare servizi di AI analitici e non generativi. Si tratterebbe, quindi di sistemi AI che analizzano, classificano, indicizzano o prevedono dati, ma non creano nuovi contenuti. La differenza è sostanziale e rilevante sotto il profilo giuridico perché sistemi di questo potrebbero essere sottratti agli obblighi più stringenti previsti dall’AI Act per i General Purpose AI Models con capacità generative.

Inoltre, questo tipo di tecnologia riduce drasticamente il rischio di violazione del diritto di riproduzione e quello, più scivoloso, di creazione di opere derivate non autorizzate. L’accesso al repertorio avviene, infatti, su base contrattuale, dove perimetro d’uso e scopi sono disciplinati minuziosamente.

Il cambio di paradigma emerge ancora più chiaramente guardando agli Stati Uniti. Dopo le azioni legali avviate dalle major contro le piattaforme di generazione musicale, Warner Music Group ha raggiunto un accordo con Suno, uno dei generatori di brani più discussi.

Il nodo giuridico qui è diverso rispetto al caso Musixmatch. L’AI generativa implica necessariamente atti di riproduzione durante il training e, potenzialmente, la creazione di output che possono evocare opere preesistenti. Le questioni centrali diventano quindi la legittimità dell’addestramento su opere protette, il rischio di output sostanzialmente simili, la tutela della voce come elemento identitario e, ancor più rilevante per gli artisti, la ripartizione dei ricavi.

Gli accordi come quello con Suno non risolvono il dibattito dottrinale, ma lo aggirano pragmaticamente: monetizzazione in cambio di accesso.

Il precedente che ha fatto esplodere il caso: “Heart on My Sleeve”

Il momento simbolico della crisi è stato nel 2023 con Heart on My Sleeve, brano pubblicato dall’anonimo Ghostwriter977 utilizzando voci AI che imitavano Drake e The Weeknd. Il pezzo divenne virale prima di essere rimosso. Non era una semplice violazione di copyright: ma qualcosa di più complesso. La voce, infatti, non è protetta dal diritto d’autore in sé. Può però essere tutelata attraverso i diritti della personalità, come il diritto al nome e all’immagine: è parte integrante dell’identità di una persona.

Il caso ha mostrato che l’identità vocale è un asset economico dal valore enorme, come sta dimostrando la causa da 16 milioni di dollari contro Bad Bunny per l’uso asseritamente non autorizzato della registrazione vocale di una donna in due brani di enorme successo (EoO, contenuto nell’album Debí Tirar Más Fotos , e Solo de Mí, dall’album X 100pre).

Agentic AI: il prossimo fronte

Il passaggio più delicato oggi riguarda l’evoluzione verso sistemi di agentic AI: modelli capaci non solo di generare musica, ma di prendere decisioni autonome, negoziare licenze, caricare brani sulle piattaforme, ottimizzare strategie di distribuzione, interagire con fan. In uno scenario del genere emergono nuove questioni: dalla responsabilità per atti compiuti dall’agente AI, alla validità dei contratti conclusi tramite sistemi autonomi, agli obblighi di trasparenza verso i consumatori.

In questo senso, il settore musicale sarà un banco di prova particolarmente sensibile perché combina diritti patrimoniali, diritti morali e diritti della personalità.

Verso un mercato regolato dei diritti musicali

L’ultimo anno ha mostrato che l’industria sta convergendo verso tre principi: licenza invece di scraping, compenso invece di contenzioso e trasparenza invece di opacità. Certo, non per tutti e non sempre, e le controversie di grande rilievo economico non sono certo destinate a scomparire.

Ma la musica potrebbe diventare il primo settore creativo a regolamentare in maniera efficace diritti legati all’AI, in cui cataloghi editoriali e modelli algoritmici coesistono attraverso accordi strutturati.

Del resto, la musica è sempre stata tecnologia: dal vinile allo streaming. Ma per la prima volta la tecnologia non si limita a distribuire o registrare. Interpreta, compone, decide. In questo contesto, il diritto è chiamato a svolgere il ruolo che gli è proprio nei momenti di discontinuità: trasformare un conflitto industriale in un nuovo equilibrio normativo.