La crescita dei territori dopo il PNRR: il ruolo (in espansione) delle società finanziarie regionali

scritto da il 20 Maggio 2026

Post di Giuseppe Arleo, esperto in finanza agevolata e incentivi alle imprese e fondatore di Arleo & Partners

 

In un periodo contraddistinto dal progressivo esaurimento della spinta del PNRR, destinato a chiudersi alla fine di agosto, le risorse delle Regioni e Province autonome rivestono un ruolo di primo piano. Il riferimento non è solo ai “mezzi propri”, frutto dell’autonomia nell’imposizione tributaria o dei trasferimenti dallo Stato centrale, quanto alle opportunità associate alla programmazione europea – che attualmente copre il quadro finanziario pluriennale 2021-27 – nel perseguire le cosiddette “politiche di convergenza e coesione”. Guardando alla logica che informa il PNRR, le Regioni sono impegnate lungo le due grandi direttrici delle “transizioni gemelle” ecologica e digitale, ora riconosciute dall’UE tra gli obiettivi principali dell’Unione dei risparmi e degli investimenti.

Nell’ecosistema locale, tuttavia si rende necessaria una cinghia di trasmissione di queste scelte verso il tessuto produttivo del territorio; un soggetto, cioè, che abbia una configurazione giuridica di diritto privato ma finalità pubblicistiche e, dunque, riesca a tradurre l’indirizzo politico in scelte di investimento da cui ci si possa attendere non solo un rendimento finanziario quanto – più spesso, più in generale – un impulso alla crescita, anche di specifici comparti o di attività economiche meritevoli di tutela e promozione.

Questo “braccio operativo” dei protagonisti del decentramento amministrativo corrisponde alle “società finanziarie regionali”. Posso portare l’esempio concreto di Finpiemonte, molto attiva nella gestione operativa dei fondi PR FESR legati (anche) alla programmazione europea: a fronte di un importo complessivo pari a 1,5 miliardi, poco meno di 700 milioni sono assegnati alla Priorità 1 (Responsabilità sociale d’impresa, competitività e transizione digitale) e circa 425 milioni alla Priorità 2 (Transizione ecologica e resilienza), in ogni caso con un forte accento sul sostegno all’innovazione.

«La logica è quella della addizionalità rispetto ai capitali privati, per intervenire là dove essi non ne abbiano convenienza o per amplificarne i loro effetti positivi in una logica di impatto», afferma Michele Vietti, Presidente di FinPiemonte e di Anfir (Associazione Nazionale delle Finanziarie Regionali). «Questo presuppone, in ogni caso, che l’operatività delle finanziarie rispetti il criterio di proporzionalità affinché l’ambiente concorrenziale non sia distorto e le risorse pubbliche vengano messe a frutto con vantaggi diffusi, con l’obiettivo ultimo di rendere più competitivo il sistema territoriale. Guardando all’intero Paese, l’universo della finanza regionale consta di 18 istituti organizzati come società in house o intermediari finanziari ai sensi dell’articolo 106 del Testo unico bancario (alcune hanno entrambe le qualifiche). A livello nazionale aderiscono a un’associazione, ANFIR (fondata nel 2017), che svolge un efficace ruolo di coordinamento – promuovendo, cioè, la diffusione delle best practice – sia tra le diverse Finanziarie sia verso l’esterno, nei confronti delle autorità di vigilanza e controllo; e che nel perseguimento dei suoi obiettivi ha stipulato protocolli d’intesa con un ampio ventaglio di enti: istituzionali (come il CNEL e l’ANCI) finanziari (ad esempio CDP, l’ABI e MedioCredito Centrale), industriali e di servizi alle imprese (fra gli altri: Plenitude e Cerved)».

Secondo gli ultimi dati disponibili, presentati in occasione degli Stati generali ANFIR di luglio 2025, le Finanziarie hanno fondi totali in dotazione per 8,7 miliardi di euro: fra questi, 6,4 sono in gestione e 2,3 costituiscono il patrimonio netto (di cui 1,6 miliardi di capitale sociale). Gli impieghi vedono circa 4 miliardi in finanziamenti e minibond alle PMI, 900 milioni in operazioni di capitale e altrettanti in garanzie, che hanno attivato linee di credito per un importo praticamente doppio; il residuo (2,9 miliardi) è perlopiù destinato a sovvenzioni.

Una piccola quota di quest’ultima componente risponde all’attività più propriamente pubblicistica, ad esempio nel contesto dei temporary framework di assistenza finanziaria alle imprese in risposta alla pandemia di Covid-19 e all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Navigando nel Registro nazionale aiuti (RNA), che raccoglie questo tipo di finanziamenti, nel triennio 2023-2025 troviamo programmi implementati da 12 delle 18 società: pur trattandosi di una cifra assolutamente parziale, rinveniamo flussi per 251 milioni circa nel 2023-24 a poco meno di 7mila singoli beneficiari per anno (10mila “aiuti” individuali in ciascuno dei due anni), cresciuti a 355 milioni e quasi 10mila destinatari (14mila aiuti) nel 2025. Già questi numeri segnalano, da soli, un basso livello di concentrazione dei flussi: descrivono, piuttosto, la capacità di finanziare società, imprese individuali e persone fisiche in maniera capillare, senza quella tendenza ad “andare sul sicuro” che invece caratterizza l’attività di altri soggetti istituzionali.

Nel dettaglio dei dati RNA, le persone giuridiche rappresentano circa il 70% dei destinatari, mentre almeno il 95% degli Aiuti è andato a soggetti residenti nel territorio di riferimento. Guardando al PIL di quest’ultimo nell’anno precedente a quello considerato, le Finanziarie hanno erogato fra 218 e 230 euro circa per milione di output dell’economia locale nel 2023-24, cresciuti a 285 nel 2025. In pratica, ogni 10mila imprese registrate alla fine dell’anno precedente, nel 2023-24 circa 18 sono state destinatarie di Aiuti erogati dalle Finanziarie, con un aumento sensibile fino a quasi 27 nel 2025. Analogamente, se attorno alle 70 persone fisiche ogni 10mila residenti hanno ricevuto fondi nel primo biennio, quasi 97 hanno avuto accesso a tali contributi nell’ultimo anno. Numeri che testimoniano quanto il ruolo di questi istituti sia a tutt’oggi in espansione: alla luce di ciò, è verosimile ritenere che l’esaurimento dei “regimi speciali” per gli incentivi pubblici condurrà a una ricalibrazione del sostegno (cornice normativa, obiettivo di politica economica, ecc.), senza affatto ridurlo ma anzi, potenzialmente, liberando ulteriori risorse grazie a una rinnovata collaborazione con il settore privato.

D’altronde molte Finanziarie prestano un’assistenza dedicata, anche sul piano tecnico-operativo, che aiuta le imprese a presentare correttamente le loro istanze di accesso a fondi pubblici; nel tempo, comunque, la digitalizzazione e la standardizzazione si sono fatte strada, anche grazie all’opera di “armonizzazione interna” compiuta da ANFIR. E non c’è dubbio che, a tutt’oggi, una quota importante di quanto erogato da questo tipo di istituti sia a fondo perduto, nella versione di sostegno pubblico più “classica” e risalente nel tempo.

«Tuttavia, un cambio di paradigma è già in corso, allorché l’operatività finanziaria in senso tradizionale sta crescendo – afferma Michele Vietti – ad esempio, con la partecipazione all’emissione di strumenti finanziari da parte delle imprese, inclusa eventualmente la loro sottoscrizione; a questo si affianca spesso l’assistenza per le operazioni straordinarie, come la quotazione in mercati regolamentati. Negli ultimi tempi sembrano aver preso piede i basket bond, cioè obbligazioni (spesso minibond) emesse da un veicolo – strutturato da una “società di gestione del risparmio” (SGR) – consorziando fra loro delle PMI che da sole non avrebbero una capacità del genere. Restando sempre sul caso Finpiemonte, delle quasi 20mila imprese sostenute nell’ambito del PR FESR 2014-20, circa 16.400 (oltre l’82%) sono state destinatarie di interventi per mezzo di strumenti finanziari; sono stati erogati prestiti agevolati per un importo complessivo di 149 milioni (a fronte di 79 da parte del sistema bancario); e le garanzie (75 milioni circa) hanno attivato oltre 2 miliardi di credito alle PMI. Parliamo certo di una regione con un forte sviluppo del mercato creditizio – anche grazie alla cospicua presenza di fondazioni di origine bancaria – e assai virtuosa nella gestione dei fondi europei, ma i principii che hanno reso possibili questi risultati sono applicabili a gran parte d’Italia».

D’altronde, i programmi rivolti ai soggetti non serviti dal sistema bancario (unbanked), o serviti in maniera limitata (underbanked) fissano soglie più alte in quanto al rischio di credito “sopportabile” da una Finanziaria, fermo restando che le regole sulla patrimonializzazione ricalcano quelle previste dagli accordi di Basilea per le banche. Al contrario, la parte completamente pubblicistica – legata a finanziamenti a fondo perduto o al ristoro di alcuni costi delle controparti – di fatto gioca in un altro campionato: ad esempio, può finanziare fino al 100% delle spese ammissibili, senza applicare un loan-to-value inferiore come normalmente fa il sistema bancario. La procedura per ottenere i fondi, però, non salta alcun passaggio fondamentale: anzi, rispecchia una marcata attenzione per la compliance normativa, trattandosi comunque di risorse pubbliche (dirette o in gestione). Ciò non toglie che, ovviamente, qualsiasi adempimento debba avere una sua ratio giuridica ed economica: le Finanziarie cercano sempre di sburocratizzare, eliminando adempimenti ove questi non rechino un effettivo miglioramento del processo.

Il perimetro entro cui operano le Finanziarie diventa sempre più ampio, anche a fronte di risultati concreti che la P.A. non sempre riuscirebbe a garantire operando in economia, cioè con i mezzi amministrativi di cui è normalmente dotata. Delegare alcuni adempimenti a soggetti che meglio riescono a interagire con gli operatori privati, e che comunque sono controllati dall’ente (o addirittura in house a quest’ultimo), per Regioni e Province autonome è una tra le scelte più naturali, preordinata all’efficace conseguimento dei loro obiettivi di policy.

Importanti novità, peraltro sembrano essere all’orizzonte dal punto di vista normativo. Durante l’esame dello schema di decreto legislativo di riforma del Testo unico dell’intermediazione finanziaria, l’Associazione ha depositato – presso le commissioni riunite Giustizia e Finanze della Camera – una memoria in cui si sottolineava l’importanza di dotare la finanza regionale di un ordinamento nazionale organico, non frammentato tra diverse qualificazioni giuridiche come è oggi, tale da riconoscere finalmente la peculiare soggettività di questi istituti e sottoporli a un controllo più omogeneo, fondato su regole specifiche per il settore e pratiche di vigilanza uniformi. Il suggerimento è confluito nei pareri approvati da ciascun ramo del Parlamento, lasciando la fondata speranza che una svolta sia davvero a portata di mano. Ne va della capacità italiana di fare rete nei territori, attraendo capitali e destinandoli a impieghi produttivi: i tempi sono maturi affinché anche la cornice normativa, finalmente, si adegui a una realtà economica che ha sorpreso davvero in positivo.