L’investimento passivo è una scelta attiva

scritto da il 04 Agosto 2026

Post di Amadeo Alentorn, Lead Investment Manager, Systematic Equities di Jupiter AM

 

Gli investitori dovrebbero sempre comprendere ciò che stanno acquistando, anche quando compiono un’operazione apparentemente semplice come replicare un indice perché in questo modo possono esporsi a rischi inattesi. Negli ultimi anni infatti i principali indici azionari sono diventati sempre più concentrati e il loro peso si è progressivamente spostato verso le società a maggiore capitalizzazione, in particolare quelle tecnologiche. Gli investitori che replicano indici ponderati per la capitalizzazione di mercato destinano oggi una quota del proprio capitale alle mega cap, o “superstar firm”, maggiore che in passato. Stabilire se questa sia o meno la strategia corretta è una valutazione che ogni investitore dovrebbe affrontare consapevolmente: si tratta, a tutti gli effetti, di una scelta attiva.

Precedenti storici

Il 2026 tuttavia non rappresenta la prima occasione in cui i mercati hanno raggiunto livelli così elevati di concentrazione. Per gran parte degli anni Settanta e Ottanta il tema dominante fu quello dell’energia. Titoli come Exxon, Mobil, Texaco e Chevron occupavano le prime posizioni degli indici, insieme ai produttori automobilistici General Motors e Ford Motor. Le crisi energetiche degli anni Settanta determinarono un forte aumento dei prezzi del petrolio, rendendo le compagnie petrolifere estremamente redditizie.

Al culmine della bolla finanziaria giapponese, nel 1989, invece, il Giappone rappresentava oltre il 40% degli indici azionari globali (oggi pesa circa il 6% dell’MSCI World). Un’espansione incontrollata dell’offerta di moneta e del credito aveva alimentato una forte crescita dei prezzi sia del mercato immobiliare sia di quello azionario. La bolla giapponese scoppiò nel 1990, provocando un crollo dell’indice Nikkei.

Il periodo 2006-2007 fu invece caratterizzato dal boom del settore finanziario, alimentato da controlli sul rischio poco rigorosi, da un’espansione incontrollata del credito e dalla cartolarizzazione dei mutui. La crisi finanziaria del 2008 pose fine a quella bolla.

Le precedenti fasi di predominio di un singolo settore si sono spesso concluse in modo negativo. Esiste forse una legge secondo cui l’eccessiva concentrazione tende inevitabilmente a tornare verso la media? No, anche se il rischio è evidente.

Gli indici ponderati per la capitalizzazione di mercato

Molti degli indici più noti e utilizzati, tra cui l’MSCI World Index, l’S&P 500 e il Nasdaq-100, sono ponderati per la capitalizzazione di mercato. Ciò significa che le società di maggiori dimensioni ricevono automaticamente i pesi più elevati. Uno dei principali rischi di questo approccio è che l’indice possa diventare fortemente sbilanciato verso un numero relativamente ridotto di titoli.

Attualmente l’MSCI World Index comprende 1.308 titoli. Utilizzando l’iShares MSCI World ETF come proxy pubblicamente disponibile della composizione storica dell’indice, il peso aggregato delle prime dieci posizioni è aumentato da circa il 9% nel 2014 a circa il 28% oggi. Gli investitori che oggi replicano l’MSCI World Index allocano quindi una quota significativa del proprio capitale verso quelli che sono attualmente i maggiori vincitori del mercato.

Oggi, i primi 10 titoli rappresentano circa il 28% dell’indice. Si tratta di Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet A, Alphabet C, Broadcom, Meta, Tesla e Micron. Considerando che l’indice attribuisce loro un peso così elevato, una loro performance deludente rappresenterebbe un significativo freno per l’intero indice e richiederebbe risultati eccezionalmente positivi da parte del resto dei componenti per compensarne l’impatto.

Il settore Information Technology, inoltre, rappresenta ufficialmente circa il 30% dell’MSCI World Index, ben al di sopra del secondo comparto per peso, quello finanziario (15%). Si potrebbe tuttavia sostenere che questo 30% sottostimi l’effettiva esposizione alla tecnologia: Amazon e Tesla, ad esempio, sono classificate ufficialmente nel settore Consumer Discretionary, mentre Alphabet e Meta rientrano nei Communication Services.

Anche dal punto di vista geografico l’MSCI World Index presenta una forte concentrazione: gli Stati Uniti rappresentano circa il 72% dell’indice. Si tratta di un incremento significativo rispetto al 36,9% registrato il 31 gennaio 1995.

L’illusione della neutralità

Per gli investitori, la vera domanda non è se l’investimento passivo sia buono o cattivo. La questione fondamentale è stabilire se il benchmark di riferimento rifletta effettivamente le convinzioni di investimento, le passività, la propensione al rischio, i vincoli di governance e la tolleranza al tracking error dell’investitore. La scelta del benchmark dovrebbe essere documentata e riesaminata con la stessa attenzione riservata a qualsiasi altra decisione di allocazione attiva.

Talvolta l’investimento passivo viene raccomandato perché ritenuto in qualche modo “neutrale”, in grado di offrire un’esposizione all'”intero mercato” o di evitare le difficili e fallibili decisioni tipiche della gestione attiva. Si tratta però di un’illusione.

La ponderazione per la capitalizzazione di mercato è una strategia basata su regole precise che attribuisce un peso maggiore ad alcuni titoli, settori e aree geografiche rispetto ad altri. Tali regole possono essere relativamente semplici, certamente molto più semplici rispetto ai modelli, alle euristiche e alle valutazioni discrezionali impiegate dalla maggior parte dei fondi a gestione attiva, ma restano pur sempre delle regole. Scegliere di replicare un indice che incorpora tali criteri costituisce quindi una decisione attiva.