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Dare futuro a ciò che un imprenditore ha costruito: il nuovo ruolo dell’M&A e della tecnologia in Italia

Post di Matteo Maria Artero, Managing Director Modaxo / Constellation Software
L’Italia ha costruito, nel corso di generazioni, un tessuto imprenditoriale che ha pochi eguali in Europa. Migliaia di aziende solide, profittevoli, spesso leader mondiali in nicchie che nessuno considera abbastanza per finire sui giornali. Imprenditori che hanno messo insieme visione, capitale paziente e un rapporto quasi ostinato con la qualità, costruendo nel tempo qualcosa che oggi vale, nel suo insieme, molto più di quanto la narrazione pubblica gli riconosca.
Il problema, oggi, non è la qualità di ciò che è stato costruito. È chi lo porterà avanti. Una ricerca di Pictet Wealth Management e del Politecnico di Milano, condotta su un campione di 68.000 aziende, stima che nei prossimi dieci anni le imprese familiari italiane genereranno circa 3.900 operazioni straordinarie di successione, per un controvalore complessivo di 346 miliardi di euro. Solo il 13% delle imprese familiari italiane arriva alla terza generazione, e nei prossimi dieci anni migliaia di queste aziende affronteranno un passaggio di proprietà semplicemente perché chi le ha fondate va in pensione, senza un erede pronto o disponibile a proseguire. È un tema demografico, prima ancora che economico. E va affrontato con lo stesso pragmatismo con cui un imprenditore italiano ha sempre affrontato i problemi: non con nostalgia, ma con soluzioni.
L’M&A non è più solo un affare tra grandi gruppi
Per molto tempo, in Italia, l’M&A è stato percepito quasi esclusivamente come uno strumento per grandi operazioni corporate: la cessione di una divisione non più strategica, un carve-out, un’acquisizione tra multinazionali. Qualcosa che riguardava le sale riunioni di Milano e Londra, non la classica media impresa di provincia. Questa percezione sta cambiando, ed è un’evoluzione sana. L’M&A si sta emancipando da strumento per pochi a leva accessibile per garantire continuità a ciò che un imprenditore ha costruito nella propria vita. Non è più solo la finanza che riorganizza un portafoglio: è un modo concreto per assicurare che un’azienda, i suoi dipendenti, il suo know-how e la sua clientela continuino a esistere anche quando chi l’ha fondata non può più guidarla.
Un fenomeno che si vede nel tech, ma vive soprattutto nel quotidiano
L’esempio più visibile arriva dal mondo tecnologico. Bending Spoons ha mostrato, con la sua recente quotazione al Nasdaq, quanto possa essere efficace comprare prodotti maturi e rilanciarli con nuove competenze e nuova tecnologia. È un caso che ha attirato l’attenzione internazionale, e giustamente. Ma la parte più interessante del fenomeno, quella che raramente arriva sui giornali, si gioca ogni giorno lontano dai riflettori: nell’azienda meccanica di quaranta dipendenti in Brianza che dopo trent’anni cerca chi ne continui la storia, nel produttore alimentare di terza generazione senza eredi interessati, nella software house verticale che ha costruito un prodotto solido ma non ha mai avuto le risorse per digitalizzare davvero i propri processi. Sono migliaia di storie simili, silenziose, che insieme rappresentano una delle trasformazioni più significative del capitalismo italiano dei prossimi anni.
La tecnologia come ponte, non come sostituto
C’è un elemento che rende questa fase diversa da quelle precedenti: la tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, sta diventando lo strumento con cui chi subentra in un’azienda può colmare rapidamente un gap di competenze che un tempo richiedeva anni. Digitalizzare processi rimasti fermi per decenni, modernizzare l’esperienza dei clienti, liberare tempo e risorse da attività ripetitive per reinvestirle in crescita: sono tutte cose che oggi si possono fare più velocemente e con meno risorse rispetto a dieci anni fa. Questo non significa che la tecnologia sostituisca ciò che rende un’azienda davvero preziosa: la fiducia costruita con i clienti, la cultura del lavoro, le relazioni con fornitori e territorio. Significa che chi acquisisce un’azienda oggi ha uno strumento in più per farla crescere rispettando ciò che l’ha resa solida, invece di limitarsi a tagliare costi o a ottimizzarla sulla carta.
Un’opportunità da raccontare con equilibrio
Chi si occupa di M&A ha la responsabilità di raccontare questo fenomeno per quello che è: un’evoluzione naturale e in gran parte positiva del capitalismo italiano, non un rischio da temere né un affare riservato a pochi addetti ai lavori. I numeri del mercato confermano che la fase è già avviata: nel primo semestre 2026 il mercato italiano dell’M&A ha registrato 637 operazioni, ma con una pipeline di operazioni già annunciate che supera i 60 miliardi di euro, quasi tre volte il valore chiuso nello stesso periodo. Il capitale, oggi, è disponibile in tutte le sue forme, da fondi di private equity a consolidatori industriali con un orizzonte di lungo periodo. Quello che serve, perché questa fase produca davvero valore per il Paese, è una cultura più diffusa dell’M&A come strumento di continuità: qualcosa che gli imprenditori italiani imparino a considerare non come una resa, ma come un modo intelligente per garantire un futuro a ciò che hanno costruito.
Il tessuto imprenditoriale italiano non ha bisogno di essere protetto dal cambiamento. Ha bisogno di essere accompagnato in un passaggio che, se gestito bene, può renderlo ancora più forte di quanto lo sia oggi.