La Brexit e la beffa: perderà il lavoro chi l’ha votata

scritto da il 16 Febbraio 2019

L’autrice del post, Costanza de Toma, si occupa di cooperazione allo sviluppo, relazioni internazionali e Unione Europea. Milanese di nascita, ha vissuto gli ultimi 27 anni all’estero, tra il Regno Unito e il Belgio. Negli ultimi due anni ha coordinato e condotto la lobby verso l’Unione europea della campagna per la tutela dei diritti dei cittadini dell’Ue che vivono nel Regno Unito. Questo l’ha portata a seguire da vicino i negoziati sulla Brexit. Costanza ha deciso di tornare in Italia, a Torino, con la famiglia nell’agosto del 2018 dove continua a occuparsi di Brexit e relazioni internazionali e collabora con NuoveRadici.World –

Dopo l’ultimo voto sulla Brexit alla Camera dei Comuni a Londra devo ammettere di non capirci più nulla. E non sono la sola. Theresa May ha chiesto la fiducia del Parlamento per rinegoziare l’accordo con l’Ue ma l’ala estremista del suo partito si è astenuta facendole perdere il voto. In altre parole, il Parlamento ha ribaltato la propria decisione di due settimane fa, revocando il mandato della May per proseguire i negoziati con i ventisette Stati membri dell’Ue. Mentre il Governo britannico, ferito e sempre più incoerente, brancola nel buio, a Bruxelles faticano a capire cosa stia succedendo. E a me torna in mente una canzone di Lucio Battisti: “…guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire”. Insomma, seppur tutti scongiurino un possibile no deal, a soli 42 giorni dal fatidico ‘Brexit day’, è sempre più possibile che il Regno Unito esca senza un accordo.

Ma cosa sta succedendo nel Paese al di là delle mura del palazzo di Westminster? La situazione non è meno preoccupante. La lista delle imprese che stanno spostando le proprie operazioni fuori dal Paese o che tagliano gli investimenti nel Regno Unito cresce ogni giorno. Solo ieri, la Bank of America si è fatta portavoce dei colossi della finanza rivelando al Financial Times che l’incertezza legata ad un possibile no deal gli sta costando circa 400 milioni di dollari e che, soprattutto, una volta spostate le operazioni fuori dal Regno Unito non sarà più possibile tornare indietro.

Il caso più eclatante è stato quello di Airbus in cui Tom Enders, il chief executive officer, ha spiegato senza mezzi termini in un video perché la compagnia sarà obbligata a rivedere i propri investimenti nel Regno Unito in caso di no deal. Enders ha criticato aspramente il Governo per come ha gestito i negoziati ed ha esortato i britannici a non credere alle follie dei cosiddetti “Brexiteers”. E come hanno risposto i Brexiteers? Attaccando Enders perché è tedesco, alludendo alla sconfitta della Germania nella seconda guerra mondiale e dicendo che il Parlamento britannico non sarebbe stato influenzato da questa “arroganza teutonica”.

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Invece di cercare un’intesa con la Germania che, come dimostrato da un’inchiesta del New York Times, è uno dei Paesi che più hanno da perdere in caso di no deal, sembra prevalere tra i Brexiteers un nazionalismo scellerato e fuori luogo che non può che danneggiare l’immagine del Regno Unito che, alla vigilia del divorzio con l’Ue, più ha bisogno di essere preso seriamente a livello mondiale.

Ma i paradossi non finiscono qui. Come Airbus, tutte le più grandi aziende automobilistiche quali Jaguar Land Rover, Ford, Honda e Nissan hanno annunciato nelle ultime settimane che saranno costrette a tagliare migliaia di posti di lavoro nel caso in cui il Regno Unito esca dall’Ue senza un accordo. Il paradosso, drammatico, sta nel fatto che la maggior parte di questi posti di lavoro saranno persi in luoghi, prevalentemente al centro e al nord del Paese, quali Gaydon, Coventry, Sunderland, Bridgend, Broughton, Dagenham e Swindon, che nel 2016 hanno votato a favore della Brexit.

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Un altro autogol per i cosiddetti ‘Leavers’ o una tragica coincidenza? Gli ultimi sondaggi dimostrano che il Galles, l’unica delle regioni indipendenti del Regno Unito che ha votato per la Brexit (la Scozia ha votato 62% e l’Irlanda del nord 55% per Remain) ha cambiato idea e vorrebbe rimanere nell’Ue. Chissà se anche gli oltre 6,000 operai della Airbus a Broughton che perderanno il lavoro hanno cambiato idea o se, aizzati dai Brexiteers, continuano a pensare che sia tutta colpa dell’Ue e della Germania?

Twitter @cos_detoma