Quando la crisi arriva nel cloud: data center, energia e la partita strategica dell’Italia

scritto da il 12 Giugno 2026

Post di Fausto Torri, responsabile Energy & Utility di Accenture

 

C’è un’immagine che vale più di molte parole: nel pieno delle tensioni in Medio Oriente, i data center nel Golfo Persico vengono colpiti fisicamente, come avvenuto -anche nel più recente passato- con pipeline, centrali elettriche, nodi ferroviari, porti. Grandi provider di servizi cloud confermano danni strutturali e interruzioni dell’alimentazione e le infrastrutture che fino a ieri erano considerate “virtuali” prendono forma agli occhi dell’opinione pubblica.

Si apre un nuovo capitolo di una storia iniziata con l’invasione della Russia in Ucraina e proseguita con il binomio energia e digitale a dettarne la trama. Con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto, o per alcuni riscoperto, quanto il sistema energetico europeo sia esposto: ai prezzi, all’instabilità delle catene di approvvigionamento, alla concentrazione delle forniture. Crisi geopolitiche di questa portata riaccendono la volatilità dei prezzi e generano effetti immediati sui costi dei beni di prima necessità, benzina ed energia incluse.

Non solo. L’interruzione dell’alimentazione elettrica di un data center strategico può comportare il blocco dei pagamenti, della logistica, dei servizi digitali della pubblica amministrazione. L’effetto si propaga rapidamente all’economia reale e lo fa in modo molto più rapido e pervasivo di quanto farebbe un blackout locale. Ecco perché a livello europeo i data center sono già stati inseriti nel perimetro delle infrastrutture critiche, insieme a energia, trasporti e telecomunicazioni.

Anche l’Italia sta vivendo un’importante e rapida trasformazione. Ad oggi, conta 600 MW di capacità installata di data center e, stando alle stime di AGICI, entro il 2030 toccherà i 2 GW. Potrebbe, quindi, più che triplicare questa capacità in meno di un decennio. Gli effetti sulla domanda di elettricità? Sempre le stime ci dicono che il consumo salirebbe dagli attuali 7 ai 20 TWh l’anno, equivalenti al 6% dei consumi elettrici nazionali.

Sono numeri che entrano di diritto nella pianificazione energetica del Paese e palesano una domanda, a monte di una più ampia riflessione, che è insieme tecnica, industriale e politica: questa crescita rende il sistema più fragile oppure, se debitamente gestita, può diventare una leva di resilienza, autonomia e competitività?

Esistono già modelli virtuosi cui ispirarsi. In Italia, ad esempio, si lavora al recupero del calore prodotto da un data center per immetterlo nella rete di teleriscaldamento urbano. Il data center smette di essere un grande consumatore passivo e diventa parte attiva dell’ecosistema energetico urbano, rappresentando il punto d’incontro tra transizione digitale ed energetica.

C’è poi la questione degli approvvigionamenti. Se la domanda elettrica aumenta e non cresce altrettanto l’offerta sostenibile – penso alle rinnovabili e, in prospettiva, al nucleare – il risultato è prevedibile: più alti i prezzi, le emissioni, la dipendenza energetica. Una delle opportunità più interessanti è l’interconnessione con aree ad alto potenziale rinnovabile, in particolare il Nord Africa, dove sole e vento permettono produzione a costi più bassi.

In questo contesto di instabilità, la volatilità dei prezzi rende impossibile pianificare investimenti e scoraggia l’industria. Il Decreto Energia ha rafforzato gli strumenti di contrattualizzazione a lungo termine, i cosiddetti PPA, che consentono di fissare il costo dell’energia per periodi estesi, finanziando al tempo stesso nuova capacità rinnovabile. Un’opportunità per l’Italia, che ha le carte in regola per diventare un hub europeo dei data center.

Infine, c’è una riflessione spesso sottovalutata che, al contrario, merita attenzione. I data center non sono solo grandi consumatori di elettricità: sono, potenzialmente, una risorsa per la stabilità del sistema elettrico.

Tre meccanismi lo rendono possibile. Il primo è la flessibilità dei carichi di calcolo: alcune attività computazionali possono essere spostate nel tempo o in altri siti, riducendo i consumi nei momenti di stress della rete. Grandi operatori globali lo fanno già. Il secondo riguarda i sistemi di accumulo, batterie e UPS presenti in tutti i data center, che oggi vengono usati esclusivamente per gestire le emergenze ma potrebbero sia garantire la continuità operativa in caso di blackout sia erogare servizi ancillari alla rete elettrica, contribuendo alla sua stabilità. Il terzo meccanismo riguarda i sistemi di raffreddamento, che rappresentano una quota rilevante dei consumi totali e che possono essere modulati per offrire ulteriore flessibilità al sistema.

In altre parole: un data center ben progettato e ben integrato non intacca la vulnerabilità del sistema elettrico nei momenti di crisi, la riduce. La sfida per l’Italia è governare la crescita dei data center con la stessa logica con cui si governa una rete di trasmissione elettrica o un’infrastruttura portuale: come asset strategico nazionale, con regole, incentivi e una visione di lungo periodo.

Perché nella catena del valore di un Paese, energia e dati non viaggiano più su binari separati. Viaggiano insieme. E insieme bisogna imparare a gestirli.