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Scuole chiuse, famiglie al lavoro: il costo nascosto dell’estate

Post di Chiara Bacilieri, docente dell’Università Cattolica ed esperta del mondo del lavoro
Con l’arrivo dell’estate, per molte famiglie italiane non inizia una vera pausa ma una nuova fase di organizzazione, di incastri e di costi aggiuntivi. La chiusura delle scuole e la riduzione dei servizi educativi rendono le vacanze un periodo sempre più complesso per i genitori, soprattutto quando entrambi lavorano, quando manca una rete familiare di supporto o quando le risorse economiche non consentono di ricorrere facilmente a centri estivi, baby-sitter o soluzioni private.
Un problema che non nasce con l’estate, ma peggiora proprio in quel periodo che si chiama “vacanza”. Secondo i dati riportati da Save the Children nel rapporto Le Equilibriste 2026, nell’anno educativo 2023/24 in Italia erano disponibili 31,6 posti nei servizi per la prima infanzia ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni. Un dato ancora lontano dal target europeo del 45% entro il 2030.
Le disuguaglianze territoriali aggravano il quadro. Nel Sud la copertura media si ferma al 19% e nelle Isole, con l’eccezione della Sardegna, resta generalmente sotto il 20%. L’accesso ai servizi educativi per l’infanzia continua quindi a dipendere in larga parte dal luogo in cui si nasce e si vive.
Quando l’offerta non basta, la differenza la fanno reddito e reti familiari
A questa carenza strutturale si aggiunge un forte squilibrio tra domanda e offerta. Sempre nell’anno educativo 2023/24, il 59,5% dei servizi educativi per l’infanzia non riusciva a soddisfare tutte le domande di iscrizione. Nel pubblico, la quota saliva al 69%. Se già durante l’anno molte famiglie restano escluse o faticano a trovare posto, con la chiusura delle scuole e la riduzione dei servizi il bisogno di soluzioni alternative diventa ancora più pressante.
Quando il pubblico non riesce a coprire il bisogno, il peso della cura si sposta sulle famiglie, e molto spesso sulle donne. La pausa estiva diventa una vera pausa solo per chi dispone di tempo, denaro o una rete familiare solida. Per gli altri, rischia di trasformarsi in un periodo di maggiore pressione organizzativa ed economica, che si somma a una divisione del lavoro di cura già profondamente squilibrata. Tra i 25 e i 54 anni, il tasso di occupazione femminile passa dal 68,7% tra le donne senza figli al 63,2% tra quelle con almeno un figlio minorenne. Per gli uomini avviene il contrario: sale dal 78,1% al 92,8%. La presenza dei figli continua ad avere effetti opposti sulla partecipazione al lavoro di donne e uomini, e la difficoltà di accedere ai servizi rischia di accentuare questo divario.
Anche il costo dei servizi rappresenta un nodo centrale. Nell’anno educativo 2023/24, le famiglie hanno versato 334 milioni di euro in rette per i servizi finanziati dai Comuni, pari al 19,1% della spesa totale. In media si tratta di circa 1.500 euro annui per bambino, cifra che sale a 2.000 euro se si considerano solo nidi e sezioni Primavera comunali.
“La chiusura delle scuole trasferisce il bisogno di cura sulle famiglie. Da quel momento, il tempo necessario per continuare a lavorare va trovato attraverso centri estivi, baby-sitter o reti familiari. Per chi non può accedere facilmente a queste soluzioni, aumentano le spese, gli incastri e spesso anche le difficoltà nel mantenere gli stessi spazi di lavoro. L’estate porta così in superficie disuguaglianze presenti tutto l’anno, che non si risolvono con bonus occasionali, ma con servizi stabili, economicamente accessibili e diffusi sul territorio” spiega Chiara Bacilieri, docente dell’Università Cattolica ed esperta del mondo del lavoro.
Come evitare che tutto ricada sulle famiglie: tre proposte
Aumentare i posti nei servizi per l’infanzia, soprattutto dove mancano di più, resta la priorità. La copertura degli asili nido in Italia è ancora lontana dagli obiettivi europei e nel Mezzogiorno il divario è particolarmente marcato: intervenire in queste aree significa ridurre una disuguaglianza che pesa sulle opportunità dei bambini, sull’organizzazione familiare e sulla partecipazione delle donne al lavoro.
Serve poi passare dalla logica dei bonus alla costruzione di un’offerta reale. I contributi economici possono aiutare alcune famiglie, ma non risolvono la carenza strutturale di posti disponibili: se i servizi non ci sono, il bonus non basta. Bisogna investire in strutture, personale e continuità dell’offerta educativa.
C’è infine la questione dell’accessibilità economica: avere più posti non serve a molto se le famiglie non possono permetterseli. Rendere i servizi sostenibili significa ridurre il peso delle rette e garantire che l’accesso non dipenda solo dalla capacità di spesa del nucleo familiare. La continuità durante le chiusure scolastiche deve diventare parte delle politiche per l’infanzia e per il sostegno ai genitori che lavorano, con una rete più stabile di centri estivi pubblici o convenzionati, tariffe modulate in base alla situazione economica, una copertura territoriale più equa e criteri di accesso che tengano conto delle situazioni più esposte: famiglie monogenitoriali, nuclei fragili, caregiver e famiglie in cui entrambi i genitori lavorano.
“La cura non resta mai fuori dal lavoro, non è mai un fatto privato perché condiziona il tempo, le energie e le possibilità di lavorare delle persone. Anche le imprese possono fare molto per evitare che la cura venga vissuta come un problema esclusivamente individuale, offrendo convenzioni con nidi e centri estivi, contributi per l’assistenza e una maggiore flessibilità negli orari. E serve allargare lo sguardo: non soltanto genitori con figli piccoli, ma tutte le persone che, in una fase della vita, hanno responsabilità di cura.” spiega Bacilieri.
L’estate rende ancor più evidente che la cura non è un fatto privato, ma una questione che riguarda famiglie, istituzioni e aziende insieme. Rendere le vacanze davvero sostenibili per i genitori significa costruire un sistema in cui la responsabilità della cura diventi parte delle politiche pubbliche e del welfare del lavoro, e non venga scaricata sui singoli.