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La corsa ai robot umanoidi tra sfide sociali, tecnologiche e politiche

Post di Marc Anis Hanna, Analista del credito e della ricerca ESG di Crédit Mutuel AM (parte del gruppo La Française)
A lungo considerati poco più che una curiosità tecnologica, i robot umanoidi stanno emergendo come una delle principali tendenze industriali del 2026. Analogamente all’intelligenza artificiale (AI), hanno il potenziale per trasformare l’ambiente di lavoro automatizzando attività fisiche, processi decisionali e mansioni di routine. I robot umanoidi fanno parte di una più ampia ondata di automazione che sta trasformando sia la dimensione cognitiva sia quella fisica del lavoro. La convergenza tra AI e robotica ha implicazioni di vasta portata sul piano economico, sociale e geopolitico.
Una tecnologia emergente di importanza strategica
L’importanza dei robot umanoidi non risiede soltanto nel loro aspetto simile a quello umano ma nella capacità di operare in ambienti progettati per le persone, maneggiare un’ampia varietà di oggetti e svolgere compiti che continuano a rappresentare una sfida per i robot convenzionali. Possono quindi essere impiegati in fabbriche e magazzini senza richiedere significative modifiche alle infrastrutture o costosi interventi di adeguamento.
Tuttavia, l’entusiasmo che circonda questa tecnologia continua a scontrarsi con le complesse realtà del mondo industriale. Una cosa sono le dimostrazioni, un’altra la produzione di massa. Precisione, sicurezza, autonomia e affidabilità restano sfide importanti. Fino a quando questi ostacoli non saranno superati, è probabile che i robot umanoidi rimangano strumenti complementari piuttosto che sostituti diffusi dei lavoratori umani.
Traguardi simbolici
Ad aprile, un robot umanoide ha completato la mezza maratona di Pechino in 50 minuti, rispetto alle 2 ore e 40 minuti impiegate dal robot vincitore nel 2025. Questo risultato evidenzia i rapidi progressi compiuti nella locomozione, nell’equilibrio e nella navigazione autonoma.
Un’altra dimostrazione significativa è avvenuta a maggio, quando i robot umanoidi di Figure AI hanno smistato oltre 249.000 pacchi ininterrottamente per 200 ore, senza alcun incidente di rilievo. Il test dimostra come alcune attività ripetitive possano ormai essere svolte per periodi prolungati con livelli di affidabilità sempre maggiori.
L’industria, il primo grande banco di prova
L’applicazione più concreta nel breve termine per i robot umanoidi riguarda il settore industriale, in particolare l’assemblaggio, la logistica e la movimentazione dei materiali. Renault ha adottato Calvin, un robot sviluppato con Wandercraft, nel suo stabilimento di Douai e prevede di utilizzare 350 robot umanoidi nelle proprie fabbriche entro il 2027. BMW, dopo aver testato Figure 02 per 10 mesi, sta ora impiegando 40 robot Figure 03 negli stabilimenti statunitensi. L’obiettivo è ridurre le attività fisicamente più impegnative, aumentare la produttività e contribuire a far fronte alla carenza di manodopera.
Una corsa globale, con la Cina in testa
Gli investimenti nel settore stanno accelerando rapidamente. La Cina sta preparando un fondo volto a mobilitare quasi 120 miliardi di euro nei prossimi 20 anni per la robotica e l’AI. Con quasi 150 aziende che rappresentano il 90% della produzione mondiale di robot umanoidi, la Cina sembra attualmente guidare il settore. Morgan Stanley ha infatti rivisto al rialzo le proprie previsioni sulle consegne di robot umanoidi in Cina nel 2026, da 14.000 a 50.000.
Gli Stati Uniti restano pienamente in corsa, con Tesla e Boston Dynamics tra i principali protagonisti. Tesla ha annunciato investimenti per 20 miliardi di dollari nell’AI e nella robotica, guidati dal suo robot umanoide di punta, Optimus.
Anche il Giappone sta intensificando i propri sforzi, spinto da una grave sfida demografica, con 10 milioni di posti di lavoro vacanti previsti entro il 2030. Il Paese sta investendo ingenti risorse, circa 6 miliardi di dollari, nell’AI applicata al mondo fisico, con l’obiettivo di adottare 10 milioni di robot “intelligenti” entro il 2040.
L’Europa, al contrario, è in ritardo nell’AI applicata al mondo fisico, nelle piattaforme software e nell’accesso a finanziamenti su larga scala. Con l’aumento dell’adozione dei robot umanoidi, favorito da un netto calo dei costi di produzione, da 1 milione di euro cinque anni fa a meno di 50.000 euro oggi, la sovranità dei dati sta diventando una questione cruciale. Questi robot raccolgono continuamente immagini e suoni, alimentando modelli di AI sempre più sofisticati. Senza un solido ecosistema industriale e di cloud sovrano, l’Europa rischia di vedere questi dati acquisiti e sfruttati da operatori stranieri. Altre potenze si sono già mosse. L’amministrazione Trump, per esempio, ha recentemente vietato l’importazione di “dispositivi robotici avanzati”, sostenendo che rappresentino “rischi inaccettabili per la sicurezza nazionale”.
L’impatto sociale: una sfida politica
I robot umanoidi non si ammalano, non vanno in pensione e non fanno pause, e alcuni sono persino in grado di sostituire autonomamente le proprie batterie. Questa prospettiva alimenta le preoccupazioni per l’occupazione e, di conseguenza, per il finanziamento dei sistemi di welfare.
La robotica rappresenta una rivoluzione industriale paragonabile a quella introdotta dall’automobile. Il suo sviluppo è alimentato da diverse tendenze strutturali potenti, che esercitano tutte pressioni per migliorare la produttività e aumentare la competitività. Secondo una recente stima, entro il 2050 potrebbero essere impiegati nel mondo fino a 1 miliardo di robot umanoidi.
Ma il dibattito non può ridursi soltanto alla potenziale distruzione di posti di lavoro. Nel breve termine, le aziende sottolineano soprattutto i benefici derivanti dalla riduzione delle attività fisicamente più impegnative, dal miglioramento della sicurezza sul lavoro e dall’aumento della produttività. La vera sfida sociale sarà capire come verranno distribuiti questi guadagni di produttività. Ne beneficeranno principalmente le aziende, i consumatori, gli azionisti, oppure anche i lavoratori, attraverso migliori condizioni di lavoro e salari più elevati?