Dai dati all’esperienza, la costruzione di ecosistemi di valore

scritto da il 09 Giugno 2026

Post di Giuseppe Guerrisi, General Manager di ETT – Gruppo Deda

 

Per anni il digitale nel settore culturale è stato raccontato soprattutto come capacità di stupire con installazioni immersive, realtà aumentata, esperienze interattive. Innovazioni importanti che hanno contribuito ad ampliare l’accesso e l’interesse verso il patrimonio. Oggi, però, siamo entrati in una fase diversa e più matura. La vera sfida è superare la creazione di singole esperienze e costruire infrastrutture culturali digitali, ossia sistemi capaci di mettere in relazione dati, contenuti, persone e territori, generando valore nel tempo.

In questo passaggio si gioca una partita strategica per l’Italia. Il nostro Paese dispone di un patrimonio unico al mondo che non è fatto solo di musei e siti archeologici, ma di una filiera estesa che include archivi, paesaggi, saperi produttivi, manifattura e Made in Italy. Un ecosistema ricco, ma ancora troppo spesso frammentato.

La digitalizzazione, se affrontata in modo sistemico, rappresenta l’occasione per connettere questi elementi, trasformando il patrimonio culturale in una piattaforma abilitante per lo sviluppo sostenibile. Lo scenario è confortante: come ricorda anche il MIC, la digitalizzazione del patrimonio culturale italiano è in fase avanzata grazie al Piano Nazionale di Digitalizzazione (PND) del Ministero della Cultura, con progressi significativi finanziati dal PNRR. Nel marzo 2026, su 540 cantieri previsti, 466 risultano attivi, 16 conclusi e 58 in attivazione, con l’obiettivo di produrre 75 milioni di nuove risorse digitali entro giugno 2026. Insomma, la strada è tracciata, ma c’è ancora da fare.

Dal dato alla governance

Il punto di partenza è chiaro. Negli ultimi anni abbiamo prodotto e reso disponibili quantità senza precedenti di dati. Ma il dato, da solo, non genera valore. Diventa strategico quando è governato, reso interoperabile e inserito in un contesto capace di attivarlo. In altre parole, quando passa da risorsa statica a infrastruttura dinamica. È esattamente questa la direzione indicata anche a livello europeo, con la costruzione del Common European Data Space for Cultural Heritage, un’iniziativa che mira a rendere i dati culturali accessibili, riutilizzabili e interconnessi su scala continentale, abilitando ricerca, innovazione e nuove forme di fruizione e a cui anche noi, grazie al progetto ECHOES, stiamo contribuendo attivamente. Per il sistema Italia, questo significa lavorare su standard comuni, interoperabilità e modelli aperti. Ma significa soprattutto ripensare il ruolo del digitale in cui non è più solo supporto alla comunicazione o alla visita, ma elemento centrale di governance.

Ecosistemi, non progetti

Gli attrattori culturali – musei, parchi archeologici, biblioteche, ma anche territori e borghi – non sono entità isolate. Sono sistemi complessi che operano all’intersezione tra cultura, turismo, ricerca e sviluppo locale. Affrontarli con logiche progettuali puntuali non è più sufficiente. Serve un approccio ecosistemico. Un ecosistema digitale culturale è un ambiente in cui i dati (cataloghi, flussi, contenuti scientifici) sono integrati e interoperabili, le piattaforme consentono gestione, aggiornamento e monitoraggio continuo, i contenuti si trasformano in esperienze accessibili e personalizzate e le comunità partecipano alla costruzione di valore.

Per esempio, integrare dati di visita, archivi digitali e informazioni territoriali permette di migliorare l’esperienza del visitatore, con percorsi personalizzati o contenuti dinamici, e, al contempo, di supportare decisioni strategiche su flussi, programmazione culturale e sviluppo turistico. Allo stesso modo, nei borghi e nei contesti diffusi, la connessione tra patrimonio, produzioni locali e narrazione digitale può generare nuove economie e rafforzare l’identità territoriale.

L’accessibilità come infrastruttura

In questo scenario, l’accessibilità non è un requisito aggiuntivo, ma un principio progettuale fondativo. Il paradigma del design for all, se applicato fin dalle prime fasi, consente di costruire esperienze che includono pubblici diversi, ampliando l’impatto culturale e sociale. Tecnologie come modelli 3D tattili e sensorizzati, che combinano stimoli uditivi e tattili, nascono per rendere accessibili contenuti complessi a persone con disabilità visive o cognitive, possono arricchire l’esperienza per tutti, introducendo nuovi livelli narrativi e di comprensione. L’accessibilità, quindi, oltre ad essere questione etica o normativa, può considerarsi un fattore di qualità e innovazione.

Oltre il PNRR: la sfida della sostenibilità

Il ciclo di investimenti pubblici degli ultimi anni ha accelerato in modo significativo i processi di digitalizzazione ma la vera sfida si apre ora: trasformare questa spinta in sistemi economicamente e strutturalmente resilienti nel tempo. La sostenibilità non dipenderà dalla quantità di tecnologie adottate, ma dalla loro capacità di evolvere, integrarsi e generare valore continuo. Infrastrutture solide, dati interoperabili e piattaforme scalabili diventano elementi imprescindibili. È qui che emerge con forza la necessità di un approccio integrato e di partner capaci di operare lungo tutta la filiera dalle infrastrutture cloud alla gestione dei dati, dalle piattaforme applicative alla progettazione culturale e all’esperienza utente. Un approccio “full stack” che consenta di tenere insieme tecnologia, contenuti e conoscenza, superando la frammentazione che storicamente ha caratterizzato il settore.

Cultura, comunità, sviluppo

La costruzione di ecosistemi digitali culturali ha un impatto che va oltre la fruizione. Significa attivare comunità, sostenere processi di rigenerazione urbana, generare nuove economie locali e, in ultima analisi, contribuire al benessere delle persone. Non è un caso che anche a livello istituzionale si stia affermando una visione più ampia del ruolo della cultura, come dimostra l’integrazione crescente tra politiche culturali e sanitarie, con il riconoscimento da parte anche dell’OMS del valore delle esperienze culturali per la qualità della vita.

Per un Paese come l’Italia, la cultura rappresenta, oltre a un asset identitario, anche una leva industriale. Affrontarla con una visione sistemica, supportata da infrastrutture digitali e modelli interoperabili, significa rafforzare la competitività del sistema Paese, valorizzare il Made in Italy e posizionarsi in modo autorevole nello scenario europeo.

Il passaggio è chiaro: dalla somma di progetti alla costruzione di ecosistemi. Dalla tecnologia come strumento alla tecnologia come infrastruttura. Dal dato come archivio al dato come motore di conoscenza e sviluppo. È in questo spazio che si gioca il futuro della cultura digitale. Ed è qui che si apre un’opportunità concreta per costruire valore duraturo per i territori, le istituzioni e le persone.