categoria: Econopoly
Dentro o fuori

Post di Alessandro Magnoli Bocchi, fondatore e Chief Investment Officer di Foresight Advisors

Il presidente americano Donald Trump parla nell’ufficio ovale, venerdì 26 giugno 2026, Washington. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Gli imperi in declino non attaccano i nemici: chiedono il conto agli amici. Di recente è toccato a Giorgia Meloni: durante la guerra contro l’Iran, l’Italia ha negato l’uso operativo di basi militari sul proprio territorio. Rifiutare una guerra decisa altrove è, in sé, sensato; per Washington, però, un alleato che gode della protezione americana senza pagarne il prezzo non merita rispetto. Meloni non è sola. Nello stesso mese, Trump ha preso di mira Macron, Merz e Starmer, e ha annunciato il ritiro di migliaia di soldati dalla Germania, prendendo di sorpresa gli alleati.
Un impero all’apice tollera alleati ambigui: chi è forte può lasciar correre. Un impero che scricchiola non può permetterselo: quando il potere scema, l’ambiguità diventa intollerabile. È una regola vecchia di venticinque secoli: Atene la spiegò agli abitanti di Melo, colpevoli di voler restare neutrali. La neutralità comoda è il primo privilegio che il forte revoca a chi protegge. Nel linguaggio brutale di Trump—non così diverso, nella sostanza, da quello degli ateniesi—l’Italia non può pretendere la sicurezza del vassallo e la libertà del pari.
Il conto arriva ora perché gli USA si preparano all’unica partita che conta, quella con la Cina, e hanno fretta. Una potenza in calo può permettersi un solo avversario alla volta. Roma non cadde per un nemico, ma per troppi nemici insieme—sul Reno, sul Danubio e in Persia. Washington applica la lezione: la politica estera diventa l’arte di disciplinare gli alleati, isolare gli avversari e usare crisi periferiche per impedire la formazione di poli capaci di aprire un altro fronte. Ridurre il mondo a un duello è l’imperativo di un potere che arranca.
Washington usa le crisi come leve. In Ucraina gli Stati Uniti tengono bloccata la Russia; in Iran colpiscono un nodo energetico essenziale per l’Asia; in Venezuela puntano al greggio del Paese con le maggiori riserve al mondo, anche per sottrarlo all’orbita di Russia, Cina e Cuba. Tre teatri lontani, una stessa funzione: sottrarre risorse — petrolio, denaro, capitale politico — a chiunque possa rifornire il fronte rivale.
Ogni leva, però, può spezzarsi. Pretendere che tutti scelgano un campo non rafforza l’impero: lo isola. Gli alleati, trattati da clienti e non da pari, capiscono che la protezione ha un prezzo e una scadenza; i neutrali, messi all’angolo, cercano riparo altrove. A ogni media potenza arriva lo stesso messaggio: l’ombrello USA è condizionato, e un giorno può chiudersi.
Lo si vede già nella cronaca: l’Ucraina capisce di essere merce di scambio in un negoziato deciso sopra la sua testa, il Golfo cerca altri garanti, ai leader europei viene detto di arrangiarsi — e cominciano a farlo. Intanto, l’Iran si avvicina alla Cina e alla Russia. È il paradosso di ogni egemone che teme il cambiamento. Nel 1914 le grandi potenze andarono in guerra proprio per difendere l’ordine esistente; quattro anni dopo quell’ordine non c’era più, travolto dalla guerra che doveva proteggerlo. Vale anche oggi: a forza di costringere tutti a schierarsi, Washington forgia la frammentazione a più poli che vuole evitare.
A questo punto, per l’Europa, la decisione è secca: dentro o fuori. Dentro vuol dire ospitare le basi, assorbire gli shock energetici, incassare sgarbi e pagare senza decidere. Fuori significa restare nell’Occidente da alleati — capaci di costruire un polo forte tra Stati Uniti e Cina — e non da gregari. A questo obbliga la realtà: la quota europea sul prodotto mondiale è scesa da circa un quarto a inizio secolo a circa il 15 per cento di oggi, e un continente che si raggrinza non resta a lungo al tavolo dei grandi; diventa oggetto di decisioni altrui.
Washington può dividere l’Europa solo finché l’Europa resta divisibile. La sovranità si finanzia, si organizza, si difende. Le scelte sono obbligate. Primo: difesa comune, con comando operativo europeo per Mediterraneo, Baltico, Artico e Africa, non ventisette eserciti nazionali che fingono coordinamento due volte l’anno. Secondo: industria strategica comune — munizioni, droni, satelliti, cyber, semiconduttori, energia — finanziata con debito europeo solo se produce capacità europea. Terzo: una politica energetica fatta di reti, stoccaggi, nucleare, gas, rinnovabili e contratti di lungo periodo con Golfo e Africa. Quarto: una diplomazia unica verso il vicinato, perché chi non riesce a parlare con una sola voce lascia che altri parlino per lui.
In passato, l’Europa ha deciso solo quando le crisi l’hanno costretta. Oggi, il conto presentato dall’alleato toglie l’ultimo alibi e impone una scelta più sgradevole del solito: subire la storia con il tono indignato dei subalterni, o cominciare finalmente a farla.