categoria: Econopoly
Abbiamo perso coerenza tra finanza ed economia reale?

Post di Simone Strocchi, Presidente Electa Ventures
Se la funzione della finanza è intermediare il risparmio e trasformarlo in capitale, credito e capacità d’investimento, allora una finanza nazionale che strutturalmente prospera mentre il tessuto produttivo nazionale si indebolisce pone una domanda inevitabile: da dove viene quella prosperità e chi la sta pagando?
Non significa che finanza e imprese debbano muoversi insieme in ogni momento. Una banca, un fondo di investimento un intermediario possono avere utili elevati anche durante una fase industriale debole. Ma se la divergenza tra valorizzazione di attori e valorizzazione della industria nazionale diventa permanente, bisogna cercarne la spiegazione distinguendo le diverse possibili ragioni: rendite, commissioni, trasferimento del rischio, garanzie pubbliche, commissioni su operazioni di cessione di imprese a compratori non nazionali, esposizione verso attività estere, concentrazione del mercato oppure estrazione di valore da famiglie e imprese. In altre parole, occorre capire chi remunera il rendimento e chi sopporta il rischio finale. La distinzione tra finanza “costruttiva” ed “estrattiva” diventa allora decisiva. La prima guadagna condividendo crescita, perché rende possibile qualcosa che altrimenti non accadrebbe: sostiene investimenti, innovazione, sviluppo dimensionale e industriale, passaggi generazionali, internazionalizzazione delle imprese; seleziona il rischio e ne assume una parte in cambio di rendimento.
La seconda può invece prosperare prevalentemente attraverso l’intermediazione di valore già esistente, trasferendo altrove parte del rischio o traendo remunerazione da attività la cui crescita non necessariamente si traduce in nuova capacità produttiva. Una cosa è certa: il rendimento finanziario non nasce dal nulla. Dietro ogni rendimento sostenibile, alla fine della catena, deve esserci qualcuno che genera marginalità economica e cassa o assume un’obbligazione. Per questo l’interesse con cui dobbiamo guardare alla finanza italiana, con particolare riferimento alla corsa del valore delle azioni delle banche coinvolte nel festoso carosello di aggregazioni, non dovrebbe concentrarsi soltanto sulla domanda: “Il valore che hanno raggiunto è coerente con l’attualizzazione dei margini netti previsti dai piani strategici rappresentati?”
Questa domanda resta naturalmente necessaria, ma per il sistema-Paese ce n’è una seconda, altrettanto importante, ovvero: “Quanto di quella redditività deriva, o deriverà, dall’aver aumentato la capacità produttiva e patrimoniale dell’economia che la finanza dovrebbe servire?” È una metrica molto più esigente — e probabilmente molto più utile — perché punta a ristabilire l’indispensabile alleanza proattiva tra finanza e impresa, tra risparmio e crescita economica.
Se le valorizzazioni e le traiettorie di Borsa dei maggiori interpreti della finanza italiana — le banche — continuano a divergere strutturalmente da quelle del motore caratteristico della nostra economia — le PMI virtuose — non significa necessariamente che qualcuno stia guadagnando troppo, ma può aiutarci a comprendere se finanza ed economia reale stiano ancora crescendo nella stessa direzione. Ed è una domanda che merita una risposta sistemica perché una divergenza cronica non porta bene a nessuno. Penso che quanto prima serva complementare le aggregazioni bancarie con poli italiani di gestione del risparmio nazionale che abbiano capacità di indirizzo di investimenti in Italia e all’estero, non solo gestori internazionali che non guardano all’Italia e canalizzano esclusivamente risparmio italiano su large cap non nazionali.